“Consumare meno ma meglio”. È la filosofia al centro di Rifò, azienda di moda sostenibile con sede a Prato. Un marchio che ha scelto il proprio nome dall’inflessione toscana del verbo “rifare”, proprio per “riprendere la tradizione della rigenerazione tessile nata a Prato che si tramanda da oltre un secolo”, come scrivono sul sito web ufficiale.
Per conoscere meglio questa realtà, noi abbiamo intervistato Eleonora Marini, responsabile del team di comunicazione.
1. Quando è nata l’azienda?
Nel 2017, dopo che il fondatore trentacinquenne Niccolò Cipriani è tornato da un’esperienza in Vietnam per un programma delle Nazioni Unite. Lì ha visto l’iper-consumo e lo spreco di abbigliamento e, tornato a Prato, ha deciso di fondare Rifò che inizialmente è nata con un crowdfunding di 10 mila euro, per poi diventare start up.
2. Da cosa nasce l’idea?
L’idea nasce per rispondere ai problemi della sovrapproduzione e del sovra consumo, utilizzando materiali che fanno parte della nostra tradizione tessile; materiali rigenerati e, quindi, a basso impatto ambientale.
La nostra filosofia è molto legata al “consumare meno ma meglio” per questo utilizziamo molto il sistema della prevendita per evitare sprechi e produrre solo ciò che serve ai clienti. Il punto centrale è cercare di fare in modo che possa cambiare la mentalità e la consapevolezza del consumatore.

3. Prevalentemente che tipologia di capi vendete?
In particolare, abbigliamento (soprattutto maglieria) realizzato con lana, cashmere e cotone ma anche altre fibre naturali. Tutti materiali naturali, rigenerati e biodegradabili.
4. Come e da dove arriva il materiale che poi viene riciclato?
Arrivano balle di indumenti usati da tutto il mondo e a Prato ci sono artigiani (i cenciaioli) che li selezionano a mano. I requisiti sono: la purezza e la divisione per colore. Questi artigiani lavorano per aziende del nostro territorio e noi molto spesso acquistiamo da loro, anche per valorizzare la loro attività.
5. Anche voi raccogliete abiti usati?
Sì, abbiamo diversi punti di raccolta, oltre al servizio online tramite corriere (qui trovate la mappa).
Li abbiamo attivati per consentire alle persone di contribuire ad un progetto di economia circolare concreto perché effettivamente ci siamo resi conto che molti hanno nell’armadio capi di cui vorrebbero disfarsi ma non sanno come farlo correttamente, in modo da essere sicuri che poi farà parte effettivamente di un processo di riciclo. Noi facciamo in modo che tutto sia trasparente.
6. Quanti sono i vostri punti vendita e i collaboratori?
Abbiamo il nostro angolo di vendita nella nostra sede a Prato, un negozio permanente a Milano, un negozio permanente/showroom a Firenze e un temporary store invernale a Roma (che ha chiuso a gennaio, alla sua terza edizione). Il nostro team conta circa 25 persone.

7. Dove vengono venduti i vostri capi di abbigliamento?
I mercati principali sono: Italia (80%, con un buon interesse nel nord, Lombardia in particolare), Germania, Francia e Benelux, ma anche in altre parti del mondo. Nello specifico, i nostri capi sono venduti, oltre che online, in più di 400 negozi in tutto il mondo.
8. Avete attivi anche progetti sociali?
Sì, perché per noi è importante restituire qualcosa al territorio: infatti, abbiamo scelto di produrre nel raggio di 30 km dal nostro ufficio per sostenere una produzione etica e le aziende locali, ma anche per un minor impatto ambientale.
Inoltre, dal 2022 abbiamo creato “Nei nostri panni*”, progetto per incrociare la domanda nel settore tessile a rischio di ricambio generazionale e l’integrazione dei migranti: le persone tramite la Fondazione Opera Santa Rita vengono selezionate per svolgere tirocini retribuiti che permettano loro di fare un primo passo verso l’inserimento in un mondo del lavoro più stabile e sicuro rispetto a quello a cui avrebbero accesso normalmente (per esempio, il lavoro nero). Ad oggi sono stati 22 i tirocini completati e 13 le assunzioni nelle aziende.
9. Più in generale, quali ritenete che siano i problemi principali nel settore della moda?
Siamo abituati ad anni e anni di “fast fashion**” e, secondo noi, bisogna tornare a dare valore (anche economico) a quello che acquistiamo. Purtroppo, molti non sono disposti a dare valore a qualcosa prodotto in Italia e non su larga scala.
La nostra missione è portare consapevolezza su queste tematiche e, in tal senso, il cambiamento sta solo nelle nostre scelte da consumatori più consapevoli. Bisogna comprendere che quello che acquistiamo ha ricadute sull’ambiente, quindi anche comprare abiti realizzati con materiali tossici e non controllati è molto dannoso.
10. Volete lanciare un messaggio ai lettori?
Provate a guardare nel vostro armadio: quanti acquisti sono stati ragionati, pensati e voluti? Forse, già questo vi farà capire un po’ quanti vestiti avete di cui in realtà non avreste bisogno. È il primo passo per dire: d’ora in avanti cerco di acquistare meno ma meglio.
*Qui trovate i dettagli sul progetto.
**Pratica che consiste nel produrre capi di abbigliamento rapidamente e a basso costo.
