Il Mondiale di calcio del 2026 è un torneo da record: il primo a 48 squadre, il primo ospitato da tre nazioni contemporaneamente (Stati Uniti, Canada e Messico) e il più grande di sempre per numero di partite e distanze geografiche. Ma una macchina di queste proporzioni può davvero essere ecologica?
La FIFA ha presentato una complessa strategia di sostenibilità per ridurre l’impatto ambientale dell’evento: in questo nuovo articolo analizziamo quali sono state le vere scelte “green” di questo Mondiale e dove, invece, il sistema ha mostrato i suoi limiti.
La scelta più green è stata “non fare”.
A differenza delle edizioni passate (come Qatar 2022 o Brasile 2014), caratterizzate dalla costruzione di enormi impianti poi abbandonati, gli organizzatori del 2026 hanno dovuto ripensare l’approccio strutturale. La scelta più sostenibile di questo Mondiale è paradossalmente ciò che non è stato fatto: non sono stati costruiti nuovi stadi, evitando l’emissione di tonnellate di CO2 legate alla produzione di cemento, acciaio e alla cantieristica pesante.
Logistica a basso impatto locale
Nelle singole città ospitanti la mobilità ha subito una parziale rivoluzione verde: per gli spostamenti di staff, delegazioni e nazionali all’interno dei cluster urbani, si è fatto un uso massiccio di navette e auto 100% elettriche o ibride. All’interno delle venue e negli spazi dedicati a tifosi e supporter l’obiettivo dichiarato è stato “zero rifiuti”: ecco quindi i bicchieri riutilizzabili negli stadi e la segnaletica temporanea in cartone pressato riciclabile (materiale sempre più in uso anche per ambienti domestici ecologici) o plastica recuperata.
Il “tallone d’Achille”: il paradosso dei voli aerei
Nonostante le ottime intenzioni e l’efficienza degli stadi, l’edizione 2026 si scontra con una realtà fisica innegabile: le distanze del Nord America. Il trasporto aereo (mezzo che genera già di per sé emissioni elevate) di milioni di tifosi, giornalisti e squadre ha generato un’impronta carbonica senza precedenti per un evento sportivo, rappresentando oltre l’80% delle emissioni totali del torneo. Compensare queste emissioni acquistando “crediti di carbonio” (finanziando ad esempio progetti di riforestazione altrove) è una soluzione utile, ma non risolve il problema alla radice.
Le tre lezioni di questo Mondiale per il futuro dello sport
Cosa ci lascia, quindi, l’esperienza del 2026 in termini di cultura ecologica?
• Il riuso è la via: l’era degli stadi faraonici costruiti per l’occasione è finita, il futuro è la flessibilità e il riadattamento dell’esistente.
• La responsabilità condivisa: Attraverso campagne digitali e app per il monitoraggio dell’impronta ecologica personale dei tifosi (con premialità per i comportamenti virtuosi), si è provato a educare la “fanbase” globale.
• Il limite del gigantismo: esiste un limite oltre il quale la crescita del format (più squadre, più partite, più Paesi) rende impossibile una reale transizione ecologica, indipendentemente da quanti pannelli solari si installino sugli stadi.
In conclusione, i Mondiali del 2026 segnano un passo avanti fondamentale per l’architettura sportiva e la gestione locale dei rifiuti, dimostrando che si può gestire un evento colossale senza devastare i territori ospitanti con nuove cementificazioni. Tuttavia, ci ricordano anche che finché il modello di business richiederà spostamenti continentali di massa, la strada verso un calcio davvero “a impatto zero” rimarrà ancora in salita.
