“Io dico sempre che la terra non discrimina e dà una disciplina che con i nostri operatori cerchiamo di trasmettere. I pilastri del nostro agire quotidiano sono casa, lavoro e socialità”. Carlo Fenaroli è il presidente del Consorzio Cascina Clarabella che ha sede a Corte Franca (Brescia) e si occupa di accoglienza, cura e progettualità a favore della salute mentale, erogando anche servizi in collaborazione con Asst Franciacorta Dipartimento di Salute Mentale.

Noi lo abbiamo intervistato per scoprire di più su questa realtà.

1. Quale è la storia della cascina?

È nata nel 1990 a Adro e la prima cooperativa si chiamava Isparo (acronimo di Iseo Palazzolo e Rovato che erano le sedi dei 3 Cps del dipartimento di salute mentale dell’epoca). Inizialmente l’immobile era a Adro era più piccolo e siamo nati su spinta dell’ente pubblico, ossia del dipartimento di salute mentale: tanti soci della prima cooperativa (compreso il primo presidente), infatti, erano medici e operatori socio-sanitari. I fondatori erano una ventina e nei primi anni gestivano una comunità di 13 utenti: la cooperativa incarnava sia l’aspetto dell’inserimento lavorativo sia quello di cura. Si inizia con una serra, un piccolo orto e una legatoria.

Poi ci siamo allargati, lo spazio a Adro non era più sufficiente e nei primi anni 2000 si è scelto anche questo terreno a Corte Franca, in una zona che era considerata depressa. Siamo arrivati qui con il progetto Equal con fondi europei e abbiamo iniziato a ristrutturare questo luogo.

Oggi la conformazione è particolare perché alcuni immobili sono di proprietà dell’azienda ospedaliera, mentre altri sono nostri e i terreni sono circa metà e metà: l’area è di circa 5 ettari, oltre ad altri 8 ettari esterni di vigneti.

2. Quale è stata la successiva evoluzione?

Negli anni la cooperativa Isparo ha continuato a crescere e abbiamo costituito anche un’altra coop, la Diogene, per far confluire al suo interno i servizi sociosanitari e la gestione della comunità. Nel 2002 è nata anche Clarabella agricola che oggi aderisce al Consorzio Franciacorta e produce vino biologico.

3. Oggi quali sono le attività della cascina?

Servizi sociosanitari con la comunità ad alta protezione che accoglie 17 utenti; in una realtà come la nostra si attivano percorsi di tirocinio riabilitativo e risocializzante per renderli autonomi. Poi abbiamo un centro diurno che è frequentato da persone con disagio psichico che hanno una loro autonomia abitativa. Inoltre, ci sono 3 appartamenti per 5 posti di residenzialità leggera, una palazzina in affitto a Adro per altri 5 posti e altri 6 a Rovato; accanto a questi servizi, ci sono anche i progetti individualizzati domiciliari e noi ne gestiamo un centinaio, insieme a una rete di cooperative di cui siamo capofila.

Sempre a Corte Franca poi si trovano gli uffici amministrativi, i terreni, la cantina e la parte ristorativa/ricettiva (con 5 dipendenti con in inserimento lavorativo), ma ormai con la manutenzione del verde, le pulizie e altri servizi lavoriamo anche su tutta la provincia di Brescia, in Emilia-Romagna e con alcune cooperative socie del consorzio anche in Piemonte, Toscana e Lazio.

4. Quanti sono i vostri utenti?

A livello aggregato, tenendo conto di tutte le cooperative associate, abbiamo circa 600 dipendenti di cui più della metà sono persone con svantaggio, non solo psichico che per noi è rimasto il centro, ma anche disabilità fisica, cognitiva, ex tossicodipendenti ed ex carcerati.

5. Di cosa si occupano?

Dal lavoro agricolo, alla produzione di vino e olio, alla manutenzione del verde sul territorio fino alle pulizie e ai servizi ristorativi.

6. Quale è il vostro utente tipo?

Prima eravamo abituati ad un disagio adulto grave, ma oggi l’età media si sta abbassando e ci sono tanti giovani con disturbi di personalità, autolesionisti o che mixano l’utilizzo di sostanze e farmaci con il disagio psichico.

7. C’è ancora pregiudizio nei confronti del malato psichico?

Purtroppo sì, non genera empatia e viene ancora considerato pericoloso, ma non è così. Franco Basaglia con la sua legge* voleva chiudere l’istituto manicomiale non solo fisicamente ma anche concettualmente e noi oggi stiamo cercando di portare a termine quello che ha iniziato occupandoci del malato mentale nel suo territorio di riferimento.

8. Come lo state facendo?

Per esempio, nel 2023 abbiamo chiuso la comunità di Adro e i 14 utenti li abbiamo trasferiti a casa loro o in altre strutture per riportarli a vivere nei loro territori, costruendo un percorso di vita con progetti domiciliari personalizzati: la comunità costava circa 900 mila euro l’anno al sistema sanitario e oggi con 700 mila euro l’anno ci occupiamo di 50 persone.

9. C’è un intreccio tra sostenibilità ambientale e sociale?

Sì, perché il lavoro nella terra non discrimina e fornisce loro una disciplina: per lavorare nell’agricoltura non serve essere specialisti, si può partire da un livello base e, soprattutto, riusciamo ad inserire anche persone con disabilità psichiche più gravi perché i tempi sono più flessibili.

10. Lei è presidente dal 2017 ma è in questa realtà dal 2008. In questi anni ci sono persone che l’hanno particolarmente colpita?

Sono tante, nello specifico quelle che oggi hanno anche autonomia sulla gestione di alcune lavorazioni: ad esempio, in cantina la squadra è gestita da una persona che ha portato a termine un progetto di inserimento lavorativo, un altro è caposquadra nella manutenzione del verde e penso anche ad una ragazza che lavora in sala nel nostro ristorante che quando è arrivata faceva fatica a parlare e guardare in faccia  i clienti, mentre oggi sorride, parla con tutti ed è un’altra persona.

11. Quali sono i vostri pilastri?

Quelli del nostro agire quotidiano sono casa, lavoro e socialità. Riteniamo importantissime le relazioni sociali col territorio che, purtroppo, molto spesso è espulsivo rispetto a queste persone: per questo siamo partiti con il servizio ricettivo ristorativo e, inoltre, gestiamo 4 pomeriggi a settimana il bar dell’oratorio di Cortefranca e la biblioteca di un altro Comune. Noi vogliamo far vedere che il malato psichico non è pericoloso, ma è una persona con cui si può costruire un progetto e può gestire qualcosa anche a favore della comunità.

12. Progetti futuri?

Stiamo facendo partire due filoni per lavorare sulla salute mentale non più solo della persona con disagio psichico ma anche dell’anziano con demenza o problemi cognitivi e i Neet (i giovani dai 15 ai 29 anni che non lavorano e non studiano).

Quindi abbiamo un progetto con Fondazione Cariplo per interventi di assistenza territoriali e ci stiamo occupando di 40 anziani del territorio con demenza e alzheimer, con operatori che vanno a casa loro e facendo far loro diverse attività  e qui a Cascina Clarabella abbiamo attivato il “caffè alzheimer – Ninfea”

Inoltre, a breve partiremo con un progetto sui neet: abbiamo coinvolto scuole, associazioni giovanili, servizi sociali che ce li segnaleranno e organizzeremo una serie di attività riattivanti da portare avanti, insieme alle realtà coinvolte. Siamo una rete bresciana e una bergamasca, con Ambiti di Comuni, ASST, l’Università di Bergamo e Province di Bergamo e Brescia: la missione è provare a trovare 100 profili neet in 2 anni e mezzo e riattivarli sui loro percorsi scolastici, formativi e lavorativi collaborando con aziende del territorio.

13. Vuole lanciare un messaggio?

Luoghi come Cascina Clarabella dovrebbero nascere in ogni territorio, nel senso di luoghi dove sia possibile creare una relazione tra la cosiddetta normalità e quella che oggi viene considerata una “non normalità”, perché far vivere queste persone nella normalità è una missione che tutti dobbiamo avere: lavorare sul territorio per la salute mentale vuol dire stare tutti meglio. 

*La Legge 13 maggio 1978, n. 180, nota come Legge Basaglia, ha rivoluzionato la psichiatria italiana imponendo la chiusura dei manicomi e abolendo l’ospedalizzazione coatta. Promossa dallo psichiatra Franco Basaglia, ha restituito diritti e dignità ai malati mentali, puntando su cure territoriali, riabilitazione e inclusione sociale.

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